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TCG di Alberto Agostini

La class action contro PSA: cosa dice davvero il ricorso da tre miliardi di dollari.

La class action contro PSA: cosa dice davvero il ricorso da tre miliardi di dollari.

A cura dell'Avv. Alberto Agostini, co-fondatore dello Studio Agostini & Kasapoğlu, boutique legale internazionale con sedi a Bologna e ad Ankara, specializzata nel diritto dei beni da collezione, dei memorabilia e dei trading card games.


In sintesi

Il 28 luglio 2026 è stato depositato, presso la Corte distrettuale federale del Maryland, un ricorso collettivo di 188 pagine contro Collectors Universe, Inc., la società che opera come Professional Sports Authenticator (PSA), e contro la sua capogruppo Collectors Holdings, Inc. (causa Funk v. Collectors Universe, Inc., n. 1:26-cv-02933-JKB, D. Md.).

L'attore, un collezionista di Baltimora, chiede di rappresentare una classe nazionale di consumatori che hanno pagato le tariffe di gradazione PSA. Il ricorso articola dieci domande, fra cui due ai sensi del RICO, la normativa federale contro le organizzazioni corrotte, e sostiene che le fee "fraudolente" incassate nel periodo rilevante superino il miliardo di dollari: cifra che, per effetto della triplicazione dei danni prevista dal RICO, potrebbe teoricamente superare i tre miliardi.

Una premessa è doverosa e va tenuta ferma per tutta la lettura: quello depositato è un atto di parte. Le accuse che seguono sono allegazioni dell'attore, non fatti accertati; PSA non ha ancora risposto in giudizio e nessun tribunale si è pronunciato. Ma il documento merita attenzione, giacché mette in discussione, con una costruzione giuridica ambiziosa, l'architettura stessa su cui poggia il mercato del grading.


Indice

  1. Cosa è accaduto: il ricorso, le parti, le cifre

  2. La carta numero 00000001: da dove parte l'accusa

  3. Le accuse sul grading: soggettività, graders, popolazioni

  4. Il modello delle fee e l'integrazione verticale

  5. L'architettura giuridica: arbitrato, RICO e le dieci domande

  6. Cosa questa causa non è, e cosa conviene aspettarsi

  7. Cosa significa per i collezionisti italiani


Cosa è accaduto: il ricorso, le parti, le cifre

Il ricorso è stato depositato il 28 luglio 2026 davanti alla United States District Court for the District of Maryland, sezione di Baltimora, con richiesta di processo con giuria. L'attore è Nicholas Funk, collezionista del Maryland; i convenuti sono Collectors Universe, che gestisce il marchio PSA, e la holding Collectors Holdings, cui il ricorso attribuisce il controllo di un ecosistema che va ben oltre la gradazione.

La domanda di classe è duplice: una classe nazionale per le pretese federali, con un periodo di riferimento di quattro anni, e una sottoclasse del Maryland per le violazioni della legge statale di tutela del consumatore, con periodo triennale.

La vicenda personale dell'attore è, in sé, minuscola: circa trecento dollari pagati per la gradazione di sette carte, fra cui alcune rookie card di Cal Ripken Jr., consegnate non tramite un account PSA, che l'attore dichiara di non avere mai avuto, ma attraverso un negozio intermediario del Maryland. Questo dettaglio, apparentemente marginale, è in realtà una delle chiavi dell'intero ricorso, come si vedrà.

Va infine ricordato, per completezza, che questa non è l'unica causa pendente contro il gruppo: nell'aprile 2026 un altro collezionista ha promosso, in California, un'azione antitrust ai sensi del Clayton Act, chiedendo la dismissione forzata delle concorrenti SGC e Beckett, acquisite da Collectors, sull'assunto che il gruppo controlli ormai la parte largamente maggioritaria del mercato della gradazione. I due procedimenti sono distinti, ma compongono un quadro di pressione giudiziaria senza precedenti sul settore.

La carta numero 00000001: da dove parte l'accusa

Il ricorso si apre con una scelta narrativa precisa: la prima carta mai gradata da PSA, nel 1991.

Si tratta della T206 Honus Wagner, la carta da baseball più celebre al mondo, cui PSA assegnò il certificato numero 00000001 con il voto Near Mint-Mint 8. Il ricorso ricorda che quell'esemplare era stato “trimmed”, cioè ritagliato ai bordi per migliorarne l'aspetto, anni prima, circostanza poi ammessa in un patteggiamento federale del 2013 da chi eseguì l'alterazione, e sostiene, citando dichiarazioni pubbliche, che il grader dell'epoca sapesse dell'alterazione al momento della valutazione. Gli standard pubblicati da PSA escludevano, allora come oggi, la gradazione delle carte alterate. Eppure, allega il ricorso, quella certificazione non è mai stata revocata: la carta, rivenduta anche per 2,8 milioni di dollari, resta oggi incapsulata con il suo PSA 8.

La funzione di questo racconto, nell'economia dell'atto, è dichiarata: sostenere che il vizio non sia un incidente isolato ma il "progetto" originario di un sistema che, secondo l'attore, ha trasformato un numero stampato su una custodia di plastica in un mercato da oltre quindici miliardi di dollari, fondato sulla fiducia in una valutazione presentata come neutrale, esperta e standardizzata.

Si badi: che la Wagner sia stata “trimmed” è un fatto storicamente documentato; che ciò dimostri un disegno fraudolento protrattosi per trentacinque anni è, invece, la tesi dell'attore, tutta da provare.

Le accuse sul grading: soggettività, graders, popolazioni

Il primo blocco di accuse investe il cuore del servizio: la promessa di una valutazione oggettiva, imparziale e standardizzata.

Il ricorso sostiene che, dietro quella promessa, operi un sistema soggettivo e opaco, imperniato su valutazioni di "eye appeal" non misurabili, su criteri che muterebbero nel tempo senza avviso e su una forza lavoro di graders che PSA definirebbe "esperta" pur non richiedendo, per l'assunzione, esperienza professionale pregressa nella gradazione, formazione specialistica o certificazioni, affidandosi a un addestramento interno e imponendo, secondo l'atto, ritmi di produzione incompatibili con l'esame accurato promesso.

Il secondo blocco riguarda i population report, i registri con cui PSA pubblica quante copie di ciascuna carta esistano a ogni livello di voto. Il ricorso osserva che quei report sono il principale segnale di scarsità del mercato, e allega che le condizioni contrattuali di PSA le riserverebbero un controllo pressoché illimitato sui voti, compresa la facoltà di modificarli e di disattivare certificazioni già emesse. Su questa base, l'atto formula l'accusa più pesante: che PSA gestirebbe la popolazione dei Gem Mint 10, il voto più prezioso, contenendone il numero per preservare scarsità e valore, e alimentando così la domanda di nuove sottomissioni, risottomissioni e crossover. L'incoerenza, in questa lettura, non sarebbe un difetto ma un modello di ricavo: la valutazione instabile genera domanda ripetuta, la valutazione stabile la ridurrebbe.

Sono, va ribadito, allegazioni. Ma è evidente perché facciano rumore: colpiscono esattamente la funzione fiduciaria che il grading svolge nel mercato.

Il modello delle fee e l'integrazione verticale

Il secondo pilastro del ricorso è economico, e si articola su due piani.

Il primo è il modello tariffario. L'atto descrive un'architettura di fee presentata come un menu di scelte discrete, prezzo, valore assicurato, velocità, ma governata, nella sostanza, da PSA su ogni variabile: tempi di lavorazione che sarebbero pubblicizzati e poi smentiti da qualificazioni nascoste, il meccanismo del Maximum Insured Value, e soprattutto gli upcharge successivi alla gradazione, cioè richieste di integrazione della tariffa fondate sulla valutazione che PSA stessa attribuisce alla carta dopo averla esaminata, valutazione che il cliente non può verificare in modo indipendente. Il tutto, allega il ricorso, in regime di "possession-based lock-in": la carta non torna finché ogni importo non è saldato.

Il secondo piano è l'integrazione verticale, ed è qui che entra in scena la holding. Il ricorso contrappone una dichiarazione pubblica ricorrente di PSA, quella di non avere "alcun interesse economico" nella vendita delle carte che valuta, alla struttura del gruppo Collectors, che secondo l'atto monetizza a valle proprio i valori e i segnali di scarsità che i voti PSA generano: la piattaforma di pricing Card Ladder, la custodia e rivendita tramite il PSA Vault, il programma di offerte di acquisto immediato PSA Partner Offers, sino al credito garantito da carte gradate attraverso Collectors Financial Services. Il gruppo, è la sintesi dell'atto, starebbe "su entrambi i lati" del mercato: da una parte assegna i voti e pubblica i dati di popolazione, dall'altra partecipa a prezzo, custodia, rivendita, liquidità e finanziamento delle stesse carte. Un conflitto che, secondo il ricorso, non sarebbe adeguatamente rivelato al consumatore.

L'architettura giuridica: arbitrato, RICO e le dieci domande

È la parte tecnicamente più interessante dell'atto, e spiega scelte che al lettore non giurista possono sfuggire.

Le prime due domande non riguardano il grading, ma il contratto. Chiunque abbia letto i termini di servizio di PSA sa che contengono una clausola arbitrale, una rinuncia alle azioni di classe, la scelta del foro e della legge, limitazioni di responsabilità. Se quelle clausole si applicano, la class action muore in culla, perché ogni cliente dovrebbe procedere da solo, in arbitrato. Ed è qui che torna il dettaglio del negozio intermediario: l'attore sostiene di non avere mai accettato quei termini, non avendo mai avuto un account PSA, e che l'intermediario attraverso cui ha spedito le carte fosse l'agente di PSA per la raccolta delle sottomissioni, ma non il suo agente per rinunciare a diritti processuali. Chiede perciò alla Corte di dichiarare che quelle clausole non lo vincolano e, in subordine, che siano unconscionable, cioè inique e inapplicabili. Su questo snodo, prima ancora che sul merito, si giocherà la prima vera battaglia del processo.

Seguono le due domande RICO: la prima per la conduzione di un'impresa attraverso un asserito schema di frode postale ed elettronica, la seconda, ancora più aggressiva, per l'investimento dei proventi di quello schema, che l'atto identifica anche nelle acquisizioni di SGC e Beckett. Il RICO è la ragione della cifra che ha fatto il giro del mondo: consente la triplicazione dei danni, sicché il miliardo di fee contestate diventa, nella prospettazione attorea, un'esposizione potenziale superiore ai tre miliardi.

Completano il quadro le domande di common law e statali: frode, occultamento fraudolento, dichiarazioni colpose, negligenza professionale di chi si presenta al pubblico come esperto gradatore, violazione del Maryland Consumer Protection Act, arricchimento ingiustificato. E la richiesta di rimedi va oltre il denaro: ingiunzioni che includono la conservazione dello status quo sull'annunciata acquisizione di BGS e, ove le prove lo sostengano, la dismissione di SGC e BGS.

Cosa questa causa non è, e cosa conviene aspettarsi

Qui serve la freddezza del giurista, perché l'eco mediatica tende a saltare i passaggi.

Questo è un atto introduttivo, non una sentenza. Le allegazioni non sono state vagliate da alcun giudice, PSA non ha ancora depositato le proprie difese, e la storia recente insegna prudenza: una precedente azione RICO contro il gruppo, promossa nel 2020 sul tema delle carte alterate, fu contrastata dai convenuti come priva di riscontri e non approdò ad alcun accertamento di responsabilità.

Il percorso prevedibile è lungo. Prima verranno, con ogni probabilità, le istanze dei convenuti dirette a far valere la clausola arbitrale e ad ottenere il rigetto in rito; poi, solo se il ricorso sopravvive, la battaglia sull'ammissibilità della class action; infine, eventualmente, il merito. Ciascuno di questi passaggi può richiedere anni, e la gran parte delle class action di questo tipo si chiude con transazioni o pronunce che ridimensionano drasticamente le pretese iniziali. La cifra dei tre miliardi, insomma, è oggi una prospettazione di parte, non una posta in gioco accertata.

Ciò detto, sarebbe un errore liquidare l'atto come mera operazione mediatica. È un documento costruito con cura, che aggredisce insieme il contratto, il servizio e la struttura societaria, e che arriva in un momento in cui il gruppo è già attinto da un'azione antitrust parallela. Qualunque ne sia l'esito, ha già ottenuto un risultato: portare davanti a un giudice federale la domanda che il mercato si pone da anni, cioè chi controlla il controllore.

Cosa significa per i collezionisti italiani

Sul piano immediato, nulla cambia: i voti PSA restano validi, i servizi operativi, il mercato aperto. Chi ha carte gradate non deve fare alcunché.

Sul piano della consapevolezza, invece, cambia molto, e vale la pena fissare tre punti.

Il primo. Le clausole oggi sotto attacco in Maryland, arbitrato obbligatorio, rinuncia alla classe, limitazione del risarcimento al valore dichiarato, sono le stesse che abbiamo esaminato in questa sede trattando dei danni alla carta durante la gradazione: per il collezionista europeo restano il vero perimetro del rapporto con gli enti di grading, e la loro tenuta, ora contestata da un attore americano, è materia che seguiremo da vicino.

Il secondo. Il ricorso, quale che ne sia la fondatezza, fotografa una trasformazione reale: la finanziarizzazione del collezionismo, dove gradazione, dati di popolazione, custodia, rivendita e credito convivono sotto lo stesso tetto. Comprendere chi guadagna, e da cosa, in ogni passaggio della filiera è ormai parte della diligenza minima di chi investe in carte.

Il terzo, di metodo. Fra l'atto di parte e la sentenza corre la stessa distanza che separa l'accusa dalla condanna. Chi in questi giorni presenta le allegazioni come fatti accertati fa disinformazione; chi le ignora come irrilevanti sottovaluta un processo che potrebbe ridisegnare le regole del settore. La lettura corretta sta nel mezzo, ed è quella che questo contributo ha inteso offrire.

Questo contributo è aggiornato alla data di pubblicazione e si fonda sul testo del ricorso e su fonti pubbliche. Le affermazioni riferite al ricorso sono allegazioni di parte, non fatti accertati. Se sei un operatore del settore, un dealer o un collezionista e vuoi comprendere come questa vicenda incide sui tuoi rapporti contrattuali con gli enti di grading, puoi scrivermi dal sito per un esame della tua situazione.

A cura dell'avvocato Alberto Agostini, Foro di Bologna, Studio Agostini & Kasapoğlu, avvocato per il diritto delle carte collezionabili e dei TCG.


Sull'autore

Avv. Alberto Agostini è co-fondatore dello Studio Agostini & Kasapoğlu, boutique legale internazionale con sedi a Bologna e ad Ankara. La sua attività si concentra sulla consulenza commerciale e contrattuale, con particolare riguardo al corridoio Italia-Turchia, al mercato dei beni da collezione e dei memorabilia e al diritto delle nuove tecnologie.

Nel settore del collezionismo, lo Studio assiste piattaforme online, marketplace, case d'asta, servizi di grading, dealer professionisti, retailer specializzati e collezionisti di alto profilo operanti sul mercato delle carte collezionabili (Pokémon, Magic: The Gathering, Yu-Gi-Oh!, One Piece Card Game), dei memorabilia e dei beni da collezione.

L'Avv. Agostini è iscritto all'Ordine degli Avvocati di Bologna ed è autore di pubblicazioni in materia di responsabilità civile nei servizi di grading per i beni da collezione e di ecosistema dei dati giuridici italiani per l'intelligenza artificiale.


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